Caso Assange, lo scandalo travolge l’accusa svedese

L’avvocato statale delle donne che non-accusano Julian Assange

La storia del caso giudiziario più famoso di Svezia si chiude per ora con un colpevole: Claes Borgström

Una storia che starebbe bene tra le pagine dei famosi autori di thriller giudiziari svedesi, se non fosse che non è una trama di fantasia, ma terribile realtà. È la storia del processo a Sture Bergwall, che un tempo voleva essere chiamato Thomas Quick e che oggi è tornato Sture Berwall, dopo essere stato condannato per otto omicidi e assurto alle cronache come il peggiore serial killer della storia svedese.

Per cinque di quegli omicidi è già stato assolto, per gli altri lo sarà presto. Bergwall deve la la sua “guarigione” ai medici e la sua riabilitazione ad Hannes Råstam, forse il più valente cronista e investigatore svedese, almeno fino a che non è morto l’anno scorso per un tumore. L’uscita postuma del suo libro dedicato al caso di Thomas Quick ha provocato un terremoto a Stoccolma e dintorni, che si è concluso, per ora, con l’imputazione di Claes Borgström, che di Quick/Bergwall aveva assunto la difesa.

Il libro di Råstam lo accusa di non aver fatto nulla per difendere il suo cliente com’era suo dovere e di avere quindi truffato allo stato svedese mezzo milione di dollari di parcelle e a Bergwall parecchi anni di vita. Borgström,in sintonia con gli inquirenti e il collegio giudicante, non fece nulla per accertare la verità, assecondò anzi la mitomania di Quick e lo condusse alla condanna come un agnello al macello. Eppure non sarebbe stato difficile eccepire che le “confessioni” di Quick erano state di fatto estorte al suo cliente imbottito di benziodiazepine, così com’era evidente che dei suoi racconti di omicidi ed efferatezze non si fosse trovato alcun riscontro, nemmeno la più piccola traccia ematica, mentre tante erano le contraddizioni e le invenzioni evidenti di luoghi e circostanze. Difesa e accusa procedettero all’unisono e il mostro fu assicurato alla giustizia.

Solo molti anni dopo, tornato Bergwall grazie all’interruzione della terapia con gli psicofarmaci, l’uomo tornò a ragionare e si cominciò a capire la dinamica di quanto successo, peraltro confermata dalle carte processuali, che dimostrano come le condanne furono fondate solo sulla mitomania dell’uomo e come Borgström (nell’immagine di copertina) abbia collaborato attivamente tenendo fuori dal processo un paio di testimoni che conoscevano la (a questo punto) vittima e la sua condizione clinica e umana.

Grande imbarazzo anche per Göran Lambertz un ex-procuratore generale che nel 2006 si occupò della revisione del caso e non ci trovò nulla di male, che oggi è alla Corte Suprema e ha tentato di sostenere di avere nuovi documenti (?) che provano la colpevolezza di Quick, ma gli è andata malissimo ed è prossimo a dover rassegnare le dimissioni.

Otto processi per niente, un colpevole di comodo e gli assassini a piede libero, le indagini chiuse perché tanto c’era il colpevole confesso, che di delitti ne aveva confessati 24, ma dei 16 in più nessuno era riuscito nemmeno a farsi un’idea di chi fossero le vittime che l’uomo diceva addirittura di aver mangiato, dopo averle stuprate e fatte a pezzi. Una clamorosa mancanza di riscontri che però non è sembrata un problema a nessuno dei coinvolti che, dalla polizia fino ai giudici, fecero una brillante carriera anche grazie al famoso caso.

Curiosamente Borgström, che è anche un politico socialdemocratico, è pure il protagonista del caso Assange, l’avvocato delle due vittime che in teoria non potrebbero avere lo stesso avvocato e l’uomo che ha sollecitato la procura svedese ad aprire di nuovo il caso insistendo sulla sua natura criminale, senza tuttavia convincere la procura ad accusare Assange di stupro, che infatti è ricercato solo in qualità di testimone di un caso che la procura deve ancora decidere se istruire.

Oggi Borgström dice che si sente violentato dalle accuse, secondo lui infondate, anche se il libro di Råstam lo accusa documenti alla mano e anche se in Svezia a difenderlo sono rimasti solo quanti a vario titolo furono coinvolti nel caso e contribuirono al suo esito disastroso. Di più, il caso dimostra anche come le numerose critiche al sistema giudiziario svedese, che anche secondo l’ONU non prevede il rispetto dei diritti della difesa e abusa clamorosamente della carcerazione preventiva, siano più che fondate.

Di conseguenza sono da considerare fondati anche i timori di Julian Assange, braccato in maniera scomposta proprio da quest’uomo e da una serie di ufficiali e politici svedesi che hanno evidenti interessi personali nella vicenda. Ora Borgström dovrà probabilmente lasciare la rappresentanza delle due non-accusatrici di Assange e preoccuparsi delle accuse che il procuratore Göran Friberg e mezza Svezia gli sta rivolgendo, a cominciare dai parenti delle otto vittime che a distanza di quasi un decennio hanno saputo che ai loro cari è stata offerta una farsa in luogo della giustizia e un capro espiatorio al posto dei colpevoli.

Considerando che Assange è da mesi perseguitato a causa delle dubbie iniziative di quest’uomo e di altri personaggi all’interno dell’apparato giudiziario svedese che con lui sono in ottimi rapporti, viene davvero da chiedersi come il caso contro il portavoce di Wikileaks possa ancora rimanere in piedi senza destare vergogna  a Stoccolma, anche se ormai è chiaro che lo stesso governo svedese s’è compromesso e a questo punto innestare la marcia indietro sia difficile e imbarazzante.

di Mazzetta,
licenza creative commons
pubblicato il 20 novembre 2012
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